Uliveto salentino delimitato da un muretto a secco in pietra chiara
Uliveto salentino delimitato da un muretto a secco in pietra chiara. Foto: Pava · CC BY-SA 3.0 it · Wikimedia Commons

Una campagna che si legge

Uscendo da Lecce in qualunque direzione, bastano pochi minuti per ritrovarsi fra campi rossi, alberi d'ulivo e lunghe linee di pietra. A prima vista può sembrare un paesaggio uniforme, ma a guardarlo con attenzione si rivela una specie di archivio: ogni muro, ogni riparo di campo, ogni masseria racconta un modo di vivere e lavorare la terra che si è consolidato nel corso dei secoli.

Imparare a riconoscerne gli elementi rende molto più interessanti anche i tragitti in auto verso il mare o fra un paese e l'altro.

Gli uliveti

L'ulivo è la pianta simbolo del Salento. Per generazioni l'olio è stato la principale risorsa economica di queste campagne, non solo come alimento ma anche, in passato, come combustibile per l'illuminazione. Gli uliveti occupano grandi estensioni, spesso con alberi disposti a sesto regolare, e fra loro spiccano esemplari secolari dai tronchi contorti e scavati, che la Regione Puglia tutela come ulivi monumentali.

Le varietà tradizionali di queste zone sono soprattutto la cellina di Nardò e l'ogliarola salentina, due cultivar che hanno segnato il paesaggio e il sapore dell'olio locale per lungo tempo.

La Xylella e il paesaggio che cambia

Chi visita oggi il Salento nota anche molti alberi secchi o capitozzati. È l'effetto della Xylella fastidiosa, un batterio individuato ufficialmente nel 2013 nella zona di Gallipoli e diffusosi poi verso nord in buona parte della penisola salentina. Il batterio, trasmesso da insetti che si nutrono della linfa, ostacola il passaggio dell'acqua nei vasi della pianta e ne provoca il disseccamento. Le varietà tradizionali si sono rivelate particolarmente sensibili.

Le conseguenze per l'economia agricola e per il paesaggio sono state pesanti. Negli ultimi anni si osservano però reimpianti con varietà che hanno mostrato una maggiore tolleranza al batterio, oltre a progetti di ricerca e di recupero dei terreni. È un paesaggio in trasformazione, e vale la pena guardarlo anche con questa consapevolezza.

I muretti a secco

L'altro elemento onnipresente è la pietra. Il terreno salentino è poco profondo e ricco di roccia affiorante: per coltivare, i contadini dovevano prima liberare i campi, e la pietra raccolta veniva sistemata lungo i confini. Nascono così i muretti a secco, costruiti senza malta, con le pietre incastrate e sovrapposte in modo da reggersi da sole.

Avevano funzioni molto concrete: segnare le proprietà, recintare il bestiame, proteggere le colture dal vento, trattenere il suolo durante le piogge. Col tempo sono diventati anche un rifugio per piccoli animali e piante spontanee. Nel 2018 l'arte dei muretti a secco è stata riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale dell'umanità, con una candidatura condivisa da più Paesi europei fra cui l'Italia.

Pajare e furnieddhi

Dove la pietra abbondava, i contadini costruivano anche veri e propri ripari. Le pajare sono edifici rurali a secco, a pianta circolare o quadrangolare, con muri spessi e una copertura che si chiude verso l'alto per anelli di pietra sempre più stretti. I furnieddhi sono in genere più piccoli e a base circolare. I nomi variano da paese a paese, e nel Salento si sentono anche altre denominazioni dialettali.

Servivano per custodire gli attrezzi, ripararsi dal sole o da un temporale improvviso, trascorrere la notte durante i lavori stagionali lontano dal paese. Alcune hanno una scala esterna che permetteva di salire sulla copertura, usata anche per essiccare prodotti al sole.

Le masserie

Al centro dei fondi agricoli più estesi sorgevano le masserie: complessi rurali che univano l'abitazione dei proprietari o dei massari, gli alloggi per i lavoratori, le stalle, i depositi e spesso un frantoio. Alcune, costruite in epoche in cui le coste erano esposte alle incursioni dal mare, hanno un aspetto fortificato, con torri, mura alte e poche aperture verso l'esterno.

Molte masserie sono state abbandonate nel corso del Novecento, altre sono state recuperate e trasformate in abitazioni o strutture ricettive. Anche solo osservarne l'architettura dalla strada aiuta a capire l'organizzazione della vita agricola di un tempo.

Come esplorarla

  • Preferite le strade secondarie, meglio se nelle ore fresche, a piedi, in bici o in auto a velocità moderata.
  • Rispettate le proprietà: muretti e ripari si trovano quasi sempre su terreni privati e si osservano dalla strada.
  • Non spostate le pietre, perché anche un solo elemento rimosso indebolisce la struttura.
  • Attenzione agli incendi nei mesi estivi: niente fuochi né mozziconi abbandonati.

Monteroni di Lecce sorge proprio in questa campagna, a pochi chilometri dal capoluogo: le strade di collegamento fra i paesi dei dintorni offrono un buon punto di partenza per osservarla da vicino.

Una villa alle porte di Lecce

Masseria Cecora è a Monteroni di Lecce, a circa 7 km dal centro storico: 300 mq con giardino e barbecue, prenotabili per intero fino a 8 ospiti o come Casa Principale e Dépendance.